un appunto ulteriore sulla scrittura asemantica/asemica

Forse è non banale un appunto ulteriore sulla scrittura asemantica (o asemica), che potrebbe essere annotato a margine, a completamento e revisione di quanto scritto, riproposto o linkato nei giorni scorsi ma soprattutto qui.

L’appunto dovrebbe dire: al chiudersi degli anni Novanta, soprattutto negli Stati Uniti, un’idea di “asemic writing” nasceva in effetti da sgretolamento sillabico di scritture lineari, e dunque da una perdita di peso semantico, di singoli versi, spezzoni di frasi, prose, in alcuni autori che (ancora) non pensavano ad un versante specificamente grafico dei materiali abbracciabili dall’espressione “scrittura asemantica”.

Parlando dunque di sgretolamento sillabico, di microfratture interne a frasi leggibili, vediamo bene che (nel contesto statunitense di quel periodo) ci si trova di fronte alla precisa accezione in cui “asemic writing” viene recepita (erroneamente) oggi in Italia. Allora. Se io insisto nel sottolineare invece proprio e precisamente l’aspetto grafico (cfr. qui per intenderci) di ciò che è “asemic writing” non è soltanto per indicare il versante forse maggioritario che ha preso a diffondersi entro il movimento dell’asemic writing (grazie a Tim Gaze, per esempio) in seguito, ossia un versante prettamente legato a glifi, grafie, graffi, e non a spezzature di parole e frasi redatte in alfabeti (riconoscibili). Non è solo per questo. Io insisto sull’aspetto grafico anche perché, sebbene slegate dagli esperimenti di fine anni Novanta e inizio nuovo millennio, occorrenze e sperimentazioni molto precise e connotate (e proprio definite “scrittura asemantica”, cfr. Dorfles 1974) erano in campo in Italia e in Brasile già vari decenni prima. (Cfr. anche Caruso 1966 e Binga 1972-74).

Che non esista legame diretto o perfino indiretto di filiazione fra quelle esperienze grafiche e quel che è sorto e si è sviluppato tra USA, Australia e Italia negli ultimi quindici-vent’anni (sempre in ambito grafico, non alfabetico), non significa che non si possa dire che persone diverse, nell’arco di quasi un secolo, hanno dato nomi simili ad esperienze non dissimili.

Nel momento in cui – poi – in Italia si prende a misinterpretare l’espressione “scrittura asemantica” intendendola come scrittura alfabetica solo privata di significato (dunque non come una scrittura aliena a ogni alfabeto noto), è doppiamente importante sottolineare con precisione cosa è e cosa non è in campo, da diversi anni ormai, sotto l’etichetta “asemic writing” in Italia. (Personalmente, almeno dal 22 marzo 2008: cfr. qui e qui).

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