repoesia

Quella che Gleize chiama la repoesia è un po’ la regola in Italia quando la pagina casca in versi. Il bivio viene dopo. Sarà lirismo ingenuo o maturo? Come usa l’inversione questo autore qui? Le varie figure? Inventa motti ingegnosi o triti? Quanto facilmente si memorizzano? Quanto Caproni c’è dentro? Quanto Sereni? Fortini? Stop, non altro. Insomma il p(i)atto è il (ed è nel) Novecento, spezzature che non spezzano, e tutte le giuste mosse e pretese di eco, ammiccamenti di risposta, ordinatamente lanciati al lettore. E il lettore, essendo anche lui “nel” pubblico della poesia, sa cosa deve fare; l’assenso ce l’ha già pronto nello sguardo.

Così di sito in sito, di libro in libro, si sbircia a volte la continuazione del primo o medio Novecento, a volte la rimessa in onda dell’Ottocento. (Al qual non par ver di poter contar su televisori, forni a microonde, cellulari, radar, aerei, roba inedita da organizzare nei suoi metri e nelle sue “d'” – “d’amore”, “d’ossessione”, “d’eccetera”).

C’è una felicità in tutto questo, è di tipo teatrale, ma non è il teatro con spettacolo tentativamente demolito da Bene; è il teatro dello spettacolo, perché giocoforza qualcosa è pure successo, nel secolo e spiccioli che (non) è passato. O magari no, tutto è sogno, e no.